Se c'è Tristezza Inside (out) - makeup e un pensiero

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Un pò per gioco, per spunto, perchè sono stata da poco al cinema, perchè manca poco ad halloween, perchè fuori piove, perchè il lavoro aspetta, perchè la giornata è grigia.... oggi I'm feeling blue.


Ammattita? No dai, il riferimento al cinema doveva svelare subito l'arcano: dopo aver visto Inside Out ammetto di essere tornata a casa pensando che non mi immedesimavo per nulla nella Gioia... al massimo, potevo essere tristezza. Che così per come siamo abituati a proporci online non sembra una bellissima cosa da dire, ma è vera per me. Non ce l'ho tutta quell'energia, non ho la sindrome di Pollyanna che mi fa vedere il buono in qualunque cosa: ogni tanto mi spengo, e come Tristezza mi butterei a terra a farmi trascinare perchè non ho lo spunto per raccogliere le energie da sola.
Non ho gli occhiali tondi, ma una parrucca blu sì, e quindi.. ho voluto giocare con il makeup ed il rossetto blu comprato a Barcellona lo scorso anno, mentre rimuginavo sulla mia faccia triste.

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Siamo così abituati a rifuggire la tristezza, a nasconderla...  la nostra società ci vuole felici a tutti i costi - o almeno vuole che mostriamo questo lato entusiasta e contento in pubblico - ma diciamolo: a parte Pollyanna, non siamo tutti felici sempre! Ad un certo punto ho dovuto, voluto, capito di dovere e volere accettare i momenti di tristezza, perchè esistono e possono essere una pausa importante per riflettere sulle cose. Siamo tristi se ci manca qualcuno perchè per noi era importante. Siamo tristi perchè non possiamo fare qualcosa che a cui davamo valore. Perchè un progetto in cui ci siamo impegnate non ha funzionato. Siamo tristi perchè qualcosa di importante ci manca, e non riconoscerlo sarebbe come sminuirne l'importanza.

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Non sto parlando di depressione vera, quella è una patologia che va allo stesso modo riconosciuta ed affrontata, ma è un discorso più grande di quello che mi riservo oggi. Oggi penso a quei momenti cupi che ci trovano arrotolate sul divano a nasconderci dalla realtà - momenti che rispetto, accetto, e che poi possono diventare la base per una nuova ricerca di felicità che su di essi si dà slancio: la riflessione su quello che mi rattrista e mi blocca è lo stimolo per cercare di colmare quel vuoto o trovarci una risposta - senza negarlo, ma accettandolo.

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E' un po' il contrario dell'immagine che cerchiamo di dare di noi sui social media: leggevo poco fa un libro in cui l'autrice si fermava proprio a riflettere su quanto selezionata ed editata sia la visione di noi che trasmettiamo sui social. Momenti felici, momenti speciali, momenti curiosi... una selezione riveduta e corretta che proietta una figura in cui vogliamo riconoscerci. A volte dipingersi in un certo modo può essere anche uno stimolo: mi ricordo che anni fa ho avuto per breve tempo un blog dove mi sforzavo di pubblicare ogni giorno solo qualcosa di allegro, bello, felice: era una scelta ponderata un pò come il famoso gioco della sovracitata Pollyanna - cercando il bello e felice nel quotidiano cercavo di scrollarmi la tristezza. E se fino a un certo punto ci può stare (ehi, sto attualmente facendo il #100happydays challenge su instagram e mi piace!), se però diventa un eccesso ed una forzatura allora no.
Quindi la mia tristezza ogni tanto l'abbraccio, la coccolo, la sopporto, e la incoraggio a vedere che c'è posto anche per Gioia, dopotutto.

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Molto meglio di me l'ha detto Massimo Gramellini su LA STAMPA del16/09/2015:

«Inside Out», il nuovo cartone animato della Pixar ambientato dentro il cervello di una ragazzina di undici anni, è un’opera geniale e coraggiosa. Ci vuole genio per trasformare le emozioni umane nei personaggi di una storia. E ci vuole coraggio per rivendicare, tra queste emozioni, il ruolo fondamentale della tristezza, raffigurata come una bambina occhialuta, goffa e blu: il colore dello spirito. Per buona parte del film la tristezza si accompagna alla gioia come un intralcio, una ganascia conficcata nelle ruote dell’ottimismo e della felicità. Ma alla fine la sua importanza verrà riconosciuta.

Non così nella vita vera, dove la tristezza è stata espulsa da qualsiasi discorso pubblico e privato. Trattata come un segnale di debolezza, una forma di sabotaggio. Lo sforzo quotidiano di un genitore consiste nell’allontanare dal figlio il fantasma della tristezza, quasi fosse una condanna a morte anziché un’occasione di vita. Ma un po’ tutti ne hanno paura e fastidio, a cominciare dagli imbonitori della politica che ci vorrebbero pervasi da un entusiasmo ilare e beota.

Per il pensiero dominante la tristezza non consuma e non comunica, si nutre di astinenze e di silenzi, è antieconomica e dannosa. Occorreva un cartone animato per ricordarci che un uomo incapace di accogliere la tristezza è un automa. Non solo perché la gioia senza tristezza perde significato, come la luce senza il buio. È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani.

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